Ossessionato dall’opera di Canaletto, il pittore inglese era convinto si potesse scovare la bellezza ovunque, anche tra le macerie industriali della periferia di Londra. Le sue opere, che a prima vista sembrano istantanee sulla desolazione, mostrano infatti tutto il lirismo e la vivacità compositiva che si nascondono nell’urbanizzazione

Una strada deserta, in una mattina di primavera. Il luogo è Campden Hill, sobborgo di Londra noto per le ville vittoriane. Ma nel dipinto non ci sono ville, solo costruzioni dal gusto industriale, due filari d’alberi e, per l’appunto una strada. Un viaggio a Birmingham, soggetto: l’Hall of Memory, il sacrario di guerra allora inaugurato da poco: ma il vero protagonista sono le ciminiere delle fabbriche, lungo un canale. Un canale come quello di Regent’s Park, immortalato al tramonto, o con il vivo sole di mezzogiorno, o come il bacino di Paddington, in una zona portuale, con l’immancabile fumo che esce da una fabbrica in piena funzione.

Algernon Newton

Algernon Newton

Ogni frammento di natura per Algernon Newton si interseca con l’ambiente modificato dall’uomo: un connubio che dà vita a una poetica autonoma. Non c’è critica, non c’è ideologia: solo stupore. Una pittura delle cose nuove, che pesca tra i grandi maestri che precedettero gli impressionisti. Con un occhio di riguardo a Venezia: non a caso sarà soprannominato «The Canaletto of the canals», dove i canali, sono quelli rigorosamente artificiali.

Algernon Newton

Algernon Newton

Algernon Newton

Algernon Newton

Newton è un artista moderno riscoperto dai post-moderni. Perché i suoi lavori venissero apprezzati si è dovuto aspettare una generazione che sapesse cogliere il lato malinconico nei quadri in cui non compaiono mai le figure umane. Qualcosa che ha molto in comune con la biografia dell’artista, nato nel 1880 e morto, pressoché sconosciuto, attorno al 1968: una vita lunga vissuta in solitaria, dopo aver divorziato da giovane, senza nemmeno la possibilità di vedere i propri figli.

Algernon Newton

Algernon Newton

Ora i paesaggi antropici di Newton si possono ammirare in una delle più prestigiose gallerie pubbliche del Regno Unito, la Tate di Londra. In particolare, due quadri lontani fra di loro trent’anni: «The Surrey Canal, Camberwell», del 1935, in cui anonimi edifici si specchiano nell’acqua avvolti da una luce crepuscolare, e «A Gleam of Sunlight», del 1966, una delle opere più bucoliche dell’artista britannico. Solo che non c’è nulla di vero: «Non è un luogo reale, ma una completa invenzione – rivelò Newton – il mio scopo era quello di ricreare la luce del sole vista attraverso un oscuro primo piano».

Un paesaggio mentale, dunque, fatto anche di silenzi, che ricorda l’estetica di un suo immediato predecessore: il danese Vilhelm Hammershøi. Se Newton è il pittore dei canali, Hammershøi, danese, è divenuto celebre come quello «delle stanze solitarie». La maggior parte delle sue opere segue un canovaccio ben preciso: una stanza, un interno borghese che può ricordare le ambientazioni dei drammi di un altro grande scandinavo: Henrik Ibsen.

I dettagli sono pochissimi: qualche oggetto di uso comune, uno specchio. E una figura umana, preferibilmente da dietro. Un’ambientazione (e uno stile) che lascia allo spettatore una profonda sensazione di inquietudine, la stessa con cui lottò il suo connazionale e contemporaneo Søren Kierkegaard. Le opere di Hammershøi sono di casa alla galleria nazionale danese, a Copenhagen, ma di recente gli sono state dedicate diverse mostre: l’ultima in ordine di tempo alla Scandinavian House di New York, museo vocato all’arte dei paesi nordici, prima ancora alla Royal Academy di Londra.