Di recente la Catalogna ha fatto molto parlare di sé non solo per le sue vicende  contingenti, ma per aver posto un interrogativo sulle ragioni su cui si fonda il concetto di unità. Probabilmente la cultura e l’arte sono gli elementi che più di tutti definiscono l’identità di un popolo, più dei disegni politici tracciati lontano dalla realtà locale. La Catalogna, come molte altre entità geografiche in cui da tempo echeggiano rivendicazioni identitarie, può vantare un suo peculiare patrimonio culturale, popolato da personaggi che hanno definito correnti artistiche importanti come il surrealismo e attraversato da momenti di alta espressività, al punto da meritare il nome di Rinascimento catalano

Quattro strisce rosse su uno sfondo giallo. Secondo la leggenda, il sangue versato dai re dei Franchi, Carlo il Calvo e impresso con le dita, in segno di gratitudine, sullo scudo di Goffredo l’Irsuto, primo conte d’Urgell, durante l’assedio dei mori alla città di Barcellona.

È la stessa simbologia riportata sulla Senyera, la bandiera catalana, risalente al dodicesimo secolo e tra i vessilli «nazionali» più antichi d’Europa. Sovrapposte, le firme di personalità che hanno impresso un segno indelebile: dal poeta Jacint Verdaguer, autore del rinascimento romantico catalano, a Lluìs Companys, presidente della Generalitat assassinato dai franchisti.

Joan Mirò – Personaggi nella notte guidati dalle tracce fosforescenti di lumache, 1940


Simboli e storia, modernismo e l’inevitabile influenza di una tradizione punto d’incontro tra l’Europa mediterranea e quella continentale: «L’esprit catalan» di Antoni Tapiés, nome di punta dell’informale tradizionale è il miglior biglietto di visita all’arte catalana del secolo che si è concluso. Secolo che, tra Barcellona e Girona, tra Lleida e la costa Brava, è stato ricchissimo di personalità innovative nel mond
o delle arti pittoriche, nel design e nell’architettura.

Fotoritratto dell’eccentrico Salvador Dalì

Uno dei nomi più celebri direttamente legato a questa terra è senza dubbio quello di Joan Mirò, tra i più importanti surrealisti del Novecento. La sua arte è quasi endemica alla città di Barcellona, che riporta la sua firma in molti luoghi caratteristici della città: dal pavimento della Rambla, con un volto sorridente e colorato, alla «Dona i Ocell», la donna e uccello, l’imponente struttura di ventidue metri che è anche il simbolo del parco che porta il nome dell’artista. Ma una tappa che non può mancare, a Barcellona, è la visita alla Fundaciò Mirò, nell’area del Parc de Montjuic. Un centro, interessante fin dalle scelte architettoniche che, oltre a mettere a disposizione del pubblico in modo permanente il lavoro dell’artista è anche un punto di riferimento irrinunciabile per l’arte contemporanea.

 

 

La Catalogna è una terra che sembra sposarsi benissimo con il surrealismo: un altro grande nome è quello di Salvador Dalì, nativo di Figueres, a due passi dal confine con la Francia. Le sue opere hanno colpito e talvolta inquietato molti spettatori, magari semplicemente attraverso i libri di storia dell’Arte. Una sua ricca collezione si trova al Museo Catalano di Arte Contemporanea (MNAC), sempre a Barcellona, ma per gli appassionati è imprescindibile la visita al «teatro – museo» della città natale, che contiene anche dipinti di El Greco e di Marcel Duchamp: una costruzione incredibile come l’arte di Dalì, tinto di colori a pastello e cinta da una torre dai contorni fiabeschi. Un’architettura «spudorata», nuova, che ricorda il gigante Antoni Gaudì, creatore della Sagrada Familia, della casa Milà, e di Parc Güell.

Tano Festa, 1965

 

La creatività catalana ha contagiato moltissimi artisti anche oltre confine: un caso particolare è rappresentato dal romano Tano Festa, esponente della pop art italiana, che alla Catalogna dedicò un omaggio (termine che cita apertamente il reportage di George Orwell da Barcellona) in una sua mostra personale.