A Venezia fino al 28 luglio un’esposizione dedicata al “Maestro della materia” che offre l’opportunità di ripercorrere cronologicamente le tappe più importanti della sua carriera artistica

Si terrà presso la Fondazione Giorgio Cini, sull’isola di S. Giorgio Maggiore l’antologica su Burri composta da 50 opere che dopo più di mezzo secolo ancora fanno discutere,  e che riassumono la carriera dell’artista di Città di Castello. Un pubblico di non esperti potrebbe dire: da quale discarica provengono i sacchi logori che Burri ci propone? Alcune opere hanno segni di bruciature, a quale incendio sono sopravvissute? Cosa sono i pannelli dalle superfici crepate esposti nel percorso. È arte questa? Sì, e vi spieghiamo perché.

Burri fu uno dei principali esponenti dell’Informale, un fenomeno radicalmente innovativo in arte. Il termine fu coniato dal critico Tapié nel 1951 per indicare opere che si ponevano fuori dal dibattito che infuriava nel secondo dopoguerra tra i sostenitori della “figura” e gli astrattisti. Gli informali infatti rifiutano totalmente la “forma” e  si concentrano  su gesto e materia.  Burri appunto utilizza in maniera innovativa e spregiudicata materiali poveri. Sacchi, plastica e lamiere sostituiscono le tele, al pennello affianca la fiamma ossidrica.

 

 

Non doveva essere questa la sua carriera, si era laureato in Medicina ma è il 1940, l’Italia è appena entrata in guerra e lui parte volontario per l’Africa. Nel 1944 viene catturato e mandato in un campo di detenzione in Texas. Tornato in Italia si dedica interamente alla pittura con un dolore ed un furore che lo accomuna a tanti della sua generazione. La sua arte nasce dal tormento interiore, espressione di un disagio che è suo ma anche dei tempi, frutto della miseria morale e materiale di una Europa appena uscita dalla guerra.

 

Già nelle prime serie, Catrami e Muffe, è innovativo, usa ancora le tele ma mescola i colori  con smalti, catrame o pomice.  Sarà tuttavia con  i Sacchi che, nel 1952, emerge come uno degli artisti più interessanti del panorama artistico. In questa serie elimina definitivamente la tela sostituendola con  sacchi di iuta, del tipo usato per il trasporto di merci, che prende da discariche o depositi.  Li riusa così come sono, logori, sporchi, con timbri. Su questi poi interviene con il colore o tagli, a volte inserendo altri tessuti. I sacchi testimoniano la storia  dell’oggetto ma anche degli uomini che li hanno usati. Strappi e  rammendi simboleggiano le lacerazioni e le ricuciture dell’anima, in una maniera che secondo Burri non era possibile esprimere con tecniche tradizionali.

L’artista ha trasformato ciò che per altri è da buttare, vecchi sacchi, in  emblema di povertà e  dolore.  A metà degli anni ’50  inizia a lavorare con il fuoco, i materiali adesso sono legno, ferro, plastica. Nascono le serie Ferri, Combustioni e Plastiche combuste. Passa dal recupero del vissuto – i sacchi – all’utilizzo di materiali tipici della società industriale, su cui usa la fiamma ossidrica  perché “… nella combustione tutto vive e muore in un’unità perfetta”.  Agli inizi degli anni ’70 realizza i Cretti pannelli di colore uniforme bianco o nero dalle superfici crepate ad arte.  Impiega un nuovo materiale, il cellotex  un impasto di trucioli di segatura e colla pressato  a caldo che decora con acrovinilico (colori acrilici e vinavil). I Cretti sono metafora di una terra arida in cui la vita fatica ad emergere e si mostra danneggiata da miriadi di crepe, ma ancora vita.   Il processo di crepatura non è lasciato totalmente al caso ma è  guidato dall’artista,  come se in fondo al suo animo Burri creda che l’uomo possa vincere il caso. Confluiscono in queste opere le suggestioni della sua terra umbra mescolate a ricordi delle pianure aride del Texas.

Realizzerà anche un Cretto su scala ambientale. Infatti  tra il 1985 e il 1989, stende come un sudario sul paese siciliano di Ghibellina  distrutto dal terremoto nel 1968, un enorme Cretto,  realizzato con cemento misto ai resti delle case distrutte. Le crepature irregolari richiamano i vicoli medievali del paese resi nuovamente percorribili ma immobilizzati nel gelo del passato.

 

L’arte di Burri dunque non è incomprensibile. Fa della  “materia”  una  metafora della vita; memoria e testimonianza del dolore dell’uomo e della sua esistenza segnata da tagli, bruciature e solchi che il trascorrere del tempo inevitabilmente causa. Visitate la mostra, parla di noi e delle nostre lacerazioni.

Anna Maria Calabretta