Una fotografia che cattura quell’attimo in cui tutto può cambiare improvvisamente

Il “Ragazzo morso da un ramarro” non è una delle opere più famose di Caravaggio, ma è certamente una delle più interessanti poiché per la prima volta è rappresentata l’emozione dell’attimo. Come una fotografia scattata all’improvviso che cattura l’istante irripetibile tra sorpresa e dolore. Dell’opera esistono due versioni, una proveniente dalla Collezione V. Korda, conservata alla National Gallery di Londra e l’altra a Firenze, presso la Fondazione Longhi. Fu proprio il critico d’arte Roberto Longhi, negli anni ’40, a risollevare Caravaggio dall’oblio in cui era caduto già a partire dal ‘600.

Analisi dell’opera
Dell’opera ne parla Giovanni Baglione, contemporaneo di Caravaggio, un mediocre pittore che aveva scritto le biografie degli artisti romani di quell’ultimo secolo. Baglione non era certo in buoni rapporti con Caravaggio, ne criticava lo stile, pur avendolo a tratti imitato e lo aveva anche citato in giudizio per certi volgari versi satirici che lo offendevano e di cui riteneva autore il nostro artista. Tuttavia riconoscendo implicitamente il valore del quadro aveva scritto “…parea quella testa veramente stridere”.

Il tema in sé potrebbe essere banale: un ragazzo morso da un ramarro, ma è straordinario il modo in cui il tema viene rappresentato. Il rettile che innesca l’azione affondando i denti nel dito del giovane, non si nota subito poiché in ombra. Ciò che colpisce, invece, è la reazione del ragazzo. Come in un fermo immagine il giovane è colto nell’istante esatto in cui il corpo sobbalza per l’improvviso dolore e si protende in avanti verso l’osservatore. La mano destra si ritrae improvvisamente e trascina con sé l’intero braccio, avvicinando così la spalla al corpo, in un guizzo improvviso che rende innaturale la posizione della spalla. Le dita sono contratte dal dolore, come se un eccesso di energia, una “scossa” fosse passata attraverso le terminazioni nervose delle mani. Il volto è straordinario, non si era mai visto nulla di simile prima; una fronte aggrottata tra dolore e sorpresa mentre dalla bocca appena dischiusa esce un grido muto. Sono gli occhi però la cosa più notevole, rivelano una espressione tra sofferenza e sorpresa, ma anche la meraviglia per essere stato “scoperto”. L’evento infatti non è privato, il ragazzo è consapevole di essere osservato e infatti guarda verso noi come se fossimo entrati a tradimento nella stanza e avessimo colto l’improvviso sobbalzo.

Storia di una iconografia
Il quadro dovette godere di grande fortuna perché se ne conoscono diverse repliche di artisti contemporanei, ma il tema non era una novità assoluta. Esiste difatti un precedente, il disegno di una pittrice cremonese Sofonisba Anguissola, conservato nel museo di Capodimonte a Napoli. È il Fanciullo morso da un gambero eseguito intorno al 1555 che raffigura un bimbo appena morso che piange, accudito con sollecitudine da una giovane ragazza. Caravaggio sicuramente aveva visto il disegno, ma nella sua interpretazione lo drammatizza, trasformando il pianto ingenuo del bambino in un moto d’orrore. Inoltre in Sofonisba il pianto sembra debba durare all’infinito mentre Caravaggio rappresenta proprio l’istante del morso e, nello stesso tempo, conferisce maggiore complessità all’espressione perché al dolore aggiunge la sorpresa.

È indubbio che entrambe le opere mostrino un indirizzo comune, che è quello di una rappresentazione in cui si fondono realtà esteriori e stati d’animo. La matrice sono gli studi fisiognomici di Leonardo, come la testa dell’uomo urlante (1503-5), disegno preparatorio per la Battaglia di Anghiari, che costituisce l’avvio del filone del volto deformato dal grido che percorre tutta la storia dell’arte. Lo ritroveremo ne L’Urlo di Munch (1893), e ancora nella pittura espressionistica di primo ‘900 , per approdare infine alle bocche urlanti di Francis Bacon come in Papa III, del 1951, che è il “rifacimento” del Ritratto di Innocenzo X di Velázquez del 1650. Anche il cinema non è esente da queste suggestioni, basti pensare alla famosa scena del film di Ejzenštejn del 1925, la Corazzata Pötemkin, con il grido della bambinaia mentre la carrozzina rotola dalle scale.

Contesto storico e artistico
Mancini, un collezionista d’arte che aveva scritto agli inizi del 600 Considerazioni sulla pittura, annovera il quadro tra le opere giovanili di Caravaggio risalente al periodo in cui l’artista, arrivato dalla Lombardia, viveva a Roma da pochi anni. Nella città dei Papi, dopo un non felice, periodo presso la bottega del Cavalier D’Arpino, Caravaggio aveva iniziato a farsi conoscere e ad avere committenti altolocati, come il cardinale Del Monte, uomo di raffinata cultura, protagonista della politica romana e molto vicino al Papa Clemente VIII e come il ricchissimo banchiere Vincenzo Giustiniani. Committenti importanti che, oltre ad assicurargli una certa tranquillità economica, lo guidarono a volte nella scelta dei soggetti. Probabilmente infatti Caravaggio aveva avuto accesso proprio in casa di Del Monte al Libro di Pittura di Leonardo, posseduto dal fratello del cardinale in cui vi erano gli studi sui “moti dell’animo” che il grande fiorentino aveva condotto.

Tuttavia la conoscenza di Leonardo, che a lungo aveva vissuto a Milano, potrebbe risalire agli anni di apprendistato in Lombardia. È certo comunque che è a Roma, nella metà degli anni novanta, che dipinge diverse opere dove vengono rappresentati stati d’animo estremi.

Fine della prima parte, la seconda parte verrà pubblicata il 03 maggio 2019

 

Anna Maria Calabretta