I primi marinai greci, arrivati quattro secoli prima di Cristo, la battezzarono Taprobana, prendendo in prestito una parola locale, traducibile con “isola del colore del rame”

Parte da questo incontro tra due culture lontanissime, venute in contatto già nell’antichità remota, il viaggio che il Lacma, il più importante museo di Los Angeles, dedica allo Sri Lanka. La rassegna ha scelto un titolo che abbandona il rame per qualcosa di più prezioso, “The jeweled island”, l’isola tempestata di pietre preziose.

E di gioielli, in effetti, negli oltre 240 manufatti della rassegna californiana ce ne sono eccome: pettini d’avorio finemente ricamati, Buddha realizzati in oro e in rare varietà d’ebano, statuine scavate su pietra che rappresentano la Vergine Maria, importate dai gesuiti nel diciottesimo secolo.

 

 

Quello che emerge è un crocevia di culture in uno snodo importantissimo nel bel mezzo dell’oceano Indiano. E il sacro gioca un ruolo fondamentale, a cominciare dai primi reperti induisti. Ma è con l’esplodere del buddismo, a partire dal terzo secolo avanti Cristo, che esplode l’abilità degli artigiani cingalesi. Non mancano maschere rituali scavate, oggetti decorativi fatti a mano, pannelli celebrativi che raccontano le vicissitudini del regno del Kandy, uno dei tre stati che, prima dell’unificazione, faceva parte dell’isola.

Ma in quella che si preannuncia essere come “la più completa rassegna artistica sull’arte dello Sri Lanka mai realizzata”, non mancano anche i documenti che mostrano come una cultura si è trasformata sotto l’influsso della colonizzazione straniera. Particolarmente ricca la sezione che ospita le fotografie scattate dai britannici nel diciannovesimo secolo e che in un nitido bianco e nero raccontano i popoli che abitavano Ceylon, ma anche le bellezze geografiche e i monumenti dell’isola.

Risalgono sempre al 1800 altri due “pezzi forti” della mostra. Il primo è un grande pannello tessile che racconta, secondo una sequenza di episodi il Ramayana: dopo il Mahabharata il più importante poema epico della tradizione induista. Realizzato completamente in cotone dipinto in toni vividi è unico nel suo genere e aveva una funzione puramente didattica: attraverso una lunga processione di lotte fra dei, demoni e imprese eroiche mostra qual è il “cammino ideale” secondo i canoni della morale tradizionale indiana. Lo accompagna l’acquarello, realizzato su carta proveniente dall’Europa, che rappresenta il “Grande Kohomba da Himala con i suoi assistenti”.

Vi si racconta una scena fondamentale nella cultura cingalese: la parata della reliquia del dente. Ancora oggi, il tempio che la ospita è uno dei luoghi più visitati dell’intera isola e sede della festa di Esala Perahera, nota per la sua sfilata di elefanti.

C’è spazio anche per l’arte contemporanea. La parte finale della mostra ospita una serie di opere di artisti viventi, tra cui quella dell’artista californiano Lewis De Soto, che ha realizzato una scultura gonfiabile ispirata al Buddha dormiente di Gal Vihara, colossale scultura scavata nella roccia, una delle icone dello Sri Lanka.

Non è un caso che sia proprio Los Angels, città con una vivace comunità srilankese, una delle più ampie al mondo, a lanciare questa proposta culturale: sarà possibile visitare la mostra, che ha aperto lo scorso 5 dicembre, fino al 23 giugno 2019.